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lug 072015
 

Il 7 luglio 2015 ricorre il 4° anniversario della morte di Angelo Calderone ( in arte Engel von Eiche, poi ribattezzato Bergeiche), il poeta- scrittore originario di Ruvo del Monte (Pz), ma vissuto fuori regione per gran parte della sua vita (era nato nel 1941) e morto a Bologna.
Egli aveva trovato rifugio e conforto nella letteratura, divenendo scrittore di fiabe e racconti per ragazzi, nonché compositore di poesie in lingua, dopo essere rimasto invalido permanente a causa di un grave incidente automobilistico occorsogli in Germania, ad opera di un giovane alla guida, a folle velocità, sotto l’effetto di sostanze maledette che rovinano l’esistenza (rifletta bene, chi si batte per la loro liberalizzazione|). Bel giovane d’aspetto, alto di statura, fisico possente, era emigrato in cerca di lavoro e fortuna, ma il fato, in agguato nel grande Paese teutonico, si intromise per spezzare ogni sua velleità, tarpandogli le ali per sempre.
Così, dopo una lunga degenza ospedaliera ed un infruttuoso, dispendioso peregrinare , in cerca di miracoli medici per la riabilitazione, il povero Angelo, che aveva avuto l’unico torto di accettare una fatidica sera, un passaggio in macchina di amici, di ritorno dal lavoro in fabbrica, fu costretto ad accettare definitivamente il suo nuovo status di “invalido permanente” (oggi, eufemisticamente, si direbbe “diversamente abile”). Forse la seconda definizione non è del tutto sbagliata, alla luce di quella che sarebbe stata successivamente la “carriera” del futuro Engel. Infatti, egli si scoprì baciato dalle muse dell’arte e incominciò a rivelarsi buon scrittore e poeta sensibilissimo.
Le sue grandi raccolte di versi composti secondo lo stile del “blank verse”, pubblicate in diversi anni, hanno sempre evidenziato il modo garbato, semplice e misurato, con cui ha sempre esternato i suoi sentimenti umani, sfocianti in liriche contemplative dalla forte impronta verista, icasticamente rappresentative di una nostalgia per i tempi passati, i valori sani di una volta: il rispetto per i genitori, per la Scuola, per il prossimo etc.
Sotto l’insegna dell’altruismo e del rigore etico, Angelo era un profondo assertore dell’amore per il prossimo, per la natura, della “buona creanza”, come si diceva una volta. Egli soffriva molto per le ingiustizie perpetrate non solo ai suoi danni, ma anche degli altri. Tutta la sua poetica verte sulla critica alla secolarizzazione dell’uomo tecnologico della società dei consumi, e agli effetti pratici sul behaviour umano. Usando un registro linguistico di livello medio e modelli espressivi privi di sofismi, arzigogoli, termini altisonanti etc. quindi accessibile a tutti, l’interesse poetico di Engel von Bergeiche spaziava in tutte le direzioni e abbracciava ogni tipo di sentimento, dall’amore romantico, come nella lirica “Quattro quarti di luna” (dalla raccolta “Speranza tra sogno e realtà”, Book editore, Bologna, 1991): <> alla più cupa tristezza, come in “Quanta tristezza, per la scomparsa di mia madre” ( dalla raccolta “l’Obiettivo”, Seledizioni, Bologna, 1988):
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La morale della favola, che si trae da queste due semplici poesie, è che non bisogna mai arrendersi, nemmeno di fronte ad una grande sciagura, finché si è vivi. Chi l’avrebbe mai detto, nella fattispecie, che un figlio di poveri contadini, che per ristrettezze economiche, non di ingegno, non aveva potuto proseguire gli studi, un giorno, dopo una disgrazia, da “self -made-man” sarebbe diventato un personaggio noto della letteratura, vivendo una seconda vita pubblicando libri (con le copertine illustrate dalla figlia Rossella, in arte Roscal) e vincendo numerosi premi, tra cui: il 1° premio al “Città di Potenza, 1987”; 1° premio al “Lucania, 1988”; il “Lauro d’argento” al premio “La Torre, 1987”; finalista ex aequo con il compianto rabbino capo di Roma, Elio Toaff, per la poesia religiosa, al “PremioBasilicata, 1998” etc. ? E se aggiungiamo che Angelo Calderone, nonostante la sua infermità, è stato anche il referente per la Basilicata del “Comitato per la liberazione di Silvia Baraldini”, e, inoltre, ogni anno ( il prossimo 8 agosto saremo alla terza edizione), nel suo paese di nascita, Ruvo del Monte, si svolge un premio letterario nazionale a lui intitolato, a cui partecipano concorrenti da ogni parte d’Italia?
Professor Domenico Calderone

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lug 052015
 

In occasione del terzo anniversario della dipartita terrena di mons. Vincenzo Cozzi, il 2 luglio 2015, è stata celebrata una messa nella chiesa di San Michele a Trecchina dove, ricordiamo, don Vincenzo svolgeva le funzioni di viceparroco. Oltre a don Guido Barbella ha concelebrato il diacono don Giovanni Cozzi e don Marcello Cozzi che ha ricordato con parole preziose l’amato zio.

Alcune parti della cerimonia, compresa l’omelia

ott 132014
 

Mons. Vincenzo Iacovino parroco della chiesa di San Nicola in Lauria ha organizzato un evento in occasione del XVII anniversario della beatificazione del Lentini.
Infatti, il 12 ottobre alle ore 19.00, nella Chiesa di San Nicola a Lauria, in occasione dell’anniversario della proclamazione a Beato del sacerdote Domenico Lentini, avvenuta in Piazza San Pietro a Roma il 12 ottobre 1997, è andato in scena lo spettacolo “Ave Maria” scritto da Ulderico Pesce e interpretato dallo stesso Pesce e da Lara Chiellino Il lavoro racconta la vita del Beato Domenico Lentini attraverso la sorella Antonia, che l’accudì per tutta la vita, il fratello Nicola e Antonietta Acunzo, la giovane che ha ricevuto l’ultimo miracolo dal prete di Lauria certificato dalla Chiesa. Ulderico Pesce nel raccontare lo spettacolo dice:

“Occuparsi oggi di temi religiosi è molto importante. L’uomo ha bisogno di recuperare fragilità. Per molti anni ci siamo illusi mostrandoci forti. Oggi la fragilità può insegnarti a vivere. Don Domenico Lentini era un grande esempio di fragilità. Paveva trasformato la sua casa in una scuola per bambini poveri e guardando i suoi scolari piangeva. Un uomo che dava tutto ai poveri, amava i deboli, gli sfruttati. Il suo amore per gli ultimi dovrebbe contagiarci. I suoi miracoli sono stati certificati mentre era ancora in vita. Appena morto il suo corpo rimase caldo per una settimana. Una bambina di Papasidero paralitica che venne a toccarlo guarì. Molte persone ricevettero grazie. Compresa la signora Anna Voria che è guarita da un tumore che l’aveva fatta entrare in un coma profondo per finire con la storia dell’operaio miracolato qualche anno fa. Oggi parlare di miracoli, credendoci per giunta, significa abdicare all’intelligenza, al metodo scientifico, alle conquiste umane. Per me e i miei compagni parlare di Dio, del Lentini, dei miracoli, e del recupero della fede, significa aprire una porta interiore importante, una porta verso il mistero, verso la pietà, verso la bontà, verso la natura, il paesaggio, gli alberi e i fiumi. Una porta che l’uomo da secoli ha chiuso e che dobbiamo necessariamente riaprire. Questo spettacolo vuole essere un umile tentativo di spiare attraverso quella porta.”

UN FILO DI TRAMA

Don Domenico era penitente, predicatore, sacerdote esemplare. Nacque in una famiglia umile di Lauria nel 1770. Il padre Macario, contadino, conciava il pellame, faceva un po’ di tutto per mantenere i cinque figli, Domenica, Rosa, Nicola, Antonia e Domenico. La madre Rosalia Vitarella morì lasciando i figli piccoli e il marito, quest’ultimo non dormiva la notte col pensiero di pagare la piccola casa dove abitavano.

Molto presto Domenico cominciò a dare segni della sua Vocazione. Diventò sacerdote, svolse il suo ministero pregando, predicando, facendo penitenza, camminando a piedi per giornate intere, insegnando ai poveri, dando tutto agli altri. Erano tempi duri, i suoi fratelli si lagnavano della sua generosità, don Domenico dava tutto a tutti lasciando vuota la “dispensa” della propria famiglia.

Nello spettacolo “Ave Maria”, la storia di Domenico, i suoi studi, le sue prediche, le opere, i miracoli sono raccontati dai suoi fratelli che diventano gradualmente testimoni di una vita vissuta in modo straordinario, fino al 1828, quando don Domenico lasciò questa terra lasciando in eredità la fama della sua Santità.

La rappresentazione

le inerviste: Lara Chiellino, Ulderico Pesce