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Mar 162017
 

Pensavamo di aver già visto tutto.
Pensavamo che una ventina di persone innocenti uccise o scomparse improvvisamente nel nulla in quarant’anni senza che mai nessuno restituisse verità a quelle storie, fosse il massimo della vergogna che si poteva raggiungere in una regione come questa che si è sempre fregiata dell’etichetta dell’isola felice e che ha sempre sparato a zero su quanti invece in questi anni hanno osato mettere in discussione questa verginità.
Pensavamo che peggio di così non poteva andare.
Ma ci sbagliavamo.
Non avevamo messo in conto che invece si può anche mettere a ferro e fuoco per anni un intero territorio come il metapontino, con un numero ormai incalcolabile di incendi a capannoni, aziende, furgoni, automobili, senza che nessuno ci indicasse responsabili e moventi.
Non avevamo messo in conto che dopo la stagione delle facili autocombustioni, dopo l’ammissione della dolosità di quegli atti, dopo i richiami alla tranquillità per situazioni sotto controllo, dopo i proclami per soluzioni ormai vicine, dopo le polemiche fratricide tra la Procura di Matera e la magistratura antimafia potentina e nazionale, ecco dopo tutto ciò non avevamo messo in conto che anziché avere finalmente nomi e cognomi dei responsabili e dei disegni criminali di cui si sono resi artefici, sarebbero seguiti solo altri incendi, altro fuoco, altra preoccupazione.
Non si intende giudicare nessuno.
Sappiamo del lavoro certosino e approfondito delle autorità giudiziarie, sappiamo anche che nessuno ha la sfera di cristallo e che le prime sentinelle di un territorio sono i cittadini responsabili, attivi e con gli occhi aperti.
Ci sia consentita però perplessità e preoccupazione per una situazione che ormai ha raggiunto il limite del paradosso per il punto zero nel quale abbiamo l’impressione di trovarci. Ci sia consentito ricordare a noi stessi e ai cittadini di questa regione che la Basilicata del malaffare non è solo le ombre del petrolio, ma tanto altro, a partire da storie ancora insolute per arrivare al mercato della droga sempre più fiorente e ad appetiti criminali mai del tutto sopiti.
Ecco, pensavamo di aver già visto tutto, ma forse non eravamo e non siamo ancora pronti ad accettare che quelle tante persone scomparse e uccise senza un perché in fondo sono parte di un tutto tipicamente lucano che in quanto a giustizia e verità forse difficilmente ci darà davvero mai delle risposte.

LIBERA

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Feb 252017
 

FITTASI a Lauria, rione inferiore, uso studio e/o civile abitazione, appartamento di 125 mq, termo-autonomo + camino, molto panoramico e luminoso, composto da ingresso, salone, cucina abitabile, 3 camere da letto, bagno padronale, lavanderia con bagno di servizio, ampia balconata, terrazzo coperto, ripostiglio, posto auto. L’appartamento è sito in zona centrale, in Via Caduti, ed insiste sopra la Banca Popolare di Bari; è accessibile anche da Via Provinciale Melara. Per info: 389 9664144.

affittasi

Feb 072017
 

Dobbiamo amaramente constatare che procede, a marce forzate oramai, la “sostituzione etnica” dei Lucani. Le istituzioni regionali che dovrebbero fornire servizi sociali per le famiglie, alloggi popolari per l’emergenza abitativa, lavoro e sviluppo per i giovani hanno, di fatto, abbandonato il campo, per dedicarsi esclusivamente agli immigrati. Prendiamo atto che la Regione Basilicata non ha allo studio alcun piano di sviluppo per la nostra terra, non sta discutendo alcun piano del lavoro, agricolo, industriale o turistico ed ha smesso di costruire alloggi popolari.
Intere zone produttive della Basilicata sono abbandonate nella più totale assenza di infrastrutture e sono strozzate dalla corruzione; mancano investimenti pubblici, accesso al credito, controllo e manutenzione del territorio, manca legalità negli enti e nelle aziende partecipate. Per queste ragioni i nostri giovani sono costretti a emigrare, perché nessuno di loro riesce a rendere produttivo un piccolo capitale o una buona idea imprenditoriale, ogni idea, ogni tentativo, sono destinati ad appassire come in un deserto.
E in tutto questo disgraziatissimo scenario, l’unico investimento che solletica la fantasia della classe dirigente che ci governa, è quella di ospitare sempre più immigrati sul territorio della regione. Per quale motivo, ci chiediamo? Il motivo è uno solo: gli immigrati sono un ottimo affare, che rende molti quattrini alle decine di cooperative legate al Partito Democratico, lo stesso partito che governa la Regione Basilicata. La solidarietà, l’ospitalità non c’entrano niente. Se i politici che ci governano avessero anche solo un minimo di pietà per il prossimo, si accorgerebbero della situazione devastante e della miseria che c’è nella nostra regione, dei giovani che non si possono sposare, dei lavoratori con un futuro sempre più incerto. Evidentemente, la silenziosa dignità dei lucani rende meno evidente il loro dramma rispetto a quello degli ultimi arrivati.
Dispiace molto, infine, che le diocesi della Chiesa cattolica della Basilicata si prestino a far passare il semplicistico messaggio secondo cui la Basilicata sta facendo una buona azione nei confronti dei nuovi “ultimi”, come se questa fosse la cosa più importante da fare.
La verità è un’altra: la Basilicata sta investendo le sue risorse (le risorse dei cittadini) per edificare una colossale rete clientelare intorno al “business dei migranti”, che non può in nessun modo portare sviluppo della Regione, ma solo arricchimento di poche persone vicine alla politica. Inoltre, riempiendo la Basilicata di migranti si stanno creando le premesse per un’emergenza sociale, e forse addirittura etnica, di cui nessuno si sta ponendo il problema.
Ma la Chiesa cattolica dovrebbe occuparsi di fustigare i cattivi politici che ci governano, chiedendo il loro impegno nella pianificazione dello sviluppo del territorio, che è abbandonato alla sola “grazia” di interventi isolati e privi di ricadute, da oltre 30 anni ormai.
Nessuno di noi chiede di abbandonare i migranti, ma chiediamo a gran forza a tutti, diocesi della Chiesa Cattolica della Basilicata incluse, di pensare seriamente allo sviluppo del nostro territorio e di considerare questa come la prima emergenza. I politici (e i preti) lucani vivono in una terra dilaniata dall’abbandono e dall’illegalità. Pensino prima di tutto a questo, se vogliono continuare a risiedere qui. Agli immigrati ci pensano già gli organismi europei, e non c’è alcun motivo per credere che questo impegno sia insufficiente, specie nella nostra povera, poverissima regione.

Francesca Messina, Responsabile regionale Dipartimento Integrazione e Immigrazione FdI-AN Basilicata

fratelli

Lug 102016
 

Reati ambientali in leggera flessione ma crescono gli arresti: primi segnali di una inversione
di tendenza dopo l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel Codice penale.
In Basilicata si conferma la tendenza nazionale con 477 reati accertati e 11 arresti
Ciclo dei rifiuti e cemento selvaggio i settori principi dell’illegalità
Aumentano gli incendi

Reati ambientali in leggera flessione con 477 infrazioni accertate (1,7 % sul totale nazionale) e arresti in crescita (11) principalmente nell’ambito del ciclo dei rifiuti (con 135 denunce 7 arresti e 14 sequestri e la Basilicata sedicesima tra le regioni italiane) e dell’abusivismo edilizio (151 sono gli illeciti legati al ciclo del cemento, con Potenza che si colloca al dodicesimo posto tra le province italiane). In aumento gli incendi dolosi-colposi (153 con ben 22 denunce) e i reati a danno del patrimonio boschivo. É questo il quadro che emerge per la Basilicata dal Rapporto Ecomafia 2016, le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia, edito da Edizioni Ambiente con il sostegno di Cobat e che vede la regione posizionarsi al sedicesimo posto nella classifica generale dell’illegalità ambientale.

“Pur non rientrando tra le realtà più problematiche, la Basilicata è al quarto posto in Italia per numero di arresti e il dato ci preoccupa non poco perché se da un lato dimostra l’efficacia dell’azione di intervento delle forze dell’ordine, dall’altro evidenzia una lacuna nelle attività di prevenzione degli organi di controllo e tutela – afferma Alessandro Ferri, presidente di Legambiente Basilicata Onlus. La vicenda Val d’Agri, non citata in questo dossier perché si riferisce ai dati del 2015, è l’esempio concreto di come solo attraverso l’intervento del NOE si è scoperchiato un sistema poco trasparente di trattamento e gestione dei rifiuti speciali provenienti dall’attività del Centro Oli di Viggiano. La prevenzione deve essere la moneta buona che scaccia quella cattiva: è necessario creare lavoro attraverso nuovi filoni di sviluppo economico e produttivo nei territori più a rischio, puntando su qualità ambientale e legalità”

La nostra regione conferma quanto sta avvenendo a livello nazionale dove, nella lotta all’ecomafia e agli ecoreati, arrivano i primi segnali di un’inversione di tendenza dopo l’introduzione della legge sui delitti ambientali nel codice penale e un’azione più repressiva ed efficace. Nel 2015 diminuiscono gli illeciti ambientali accertati, sono 27.745. Per dirla in altro modo, più di 76 reati al giorno, più di 3 ogni ora. Salgono a 188 gli arresti, mentre diminuiscono le persone denunciate 24.623 e i sequestri 7.055. Sono 18mila gli immobili costruiti illegalmente. In calo le infrazioni nel ciclo del cemento e dei rifiuti.

Crescono, invece, a livello nazionale gli illeciti nella filiera agro-alimentare, i reati contro gli animali e soprattutto gli incendi, con un’impennata che sfiora il 49%. Roghi che hanno mandato in fumo più di 37.000 ettari, più del 56% si è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso. In calo il business delle ecomafie che nel 2015 è stato di 19,1 miliardi, quasi tre miliardi in meno rispetto all’anno precedente (22 miliardi). Un calo dovuto principalmente alla netta contrazione degli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che hanno visto nell’ultimo anno prosciugare la spesa per opere pubbliche e per la gestione dei rifiuti urbani sotto la soglia dei 7 miliardi (a fronte dei 13 dell’anno precedente).

Numeri e risultati che raccontano il lento ma grande cambiamento che ha preso il via nel 2015, con l’approvazione della legge sugli ecoreati, e continua nel 2016, anno in cui si cominciano a raccogliere i primi frutti di un’azione repressiva più efficace e finalmente degna di un paese civile che punisce davvero chi inquina. Nei primi otto mesi dall’entrata in vigore della legge sono stati contestati 947 ecoreati, con 1.185 denunce dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto e il sequestro di 229 beni per un valore di 24 milioni di euro. Sono 118 i casi di inquinamento e 30 le contestazioni del nuovo delitto di disastro ambientale. Ma per contrastare le ecomafie c’è ancora da fare, dato che la criminalità organizzata la fa ancora da padrone (sono 326 i clan censiti) e la corruzione rimane un fenomeno dilagante, è il volto moderno delle ecomafie che colpisce ormai anche il nord Italia. Senza dimenticare che la criminalità organizzata continua la sua pressione nelle aree boschive e agricole, e nel mercato illegale del legno, del pellet e della biodiversità. Per questo Legambiente, torna oggi a ribadire l’importanza di continuare a rafforzare il quadro normativo con leggi ad hoc che tutelino anche la filiera agroalimentare, i beni culturali e l’istituzione di una grande forza di polizia ambientale diffusa sul territorio.

Dati Ecomafia – Nonostante il calo complessivo dei reati nel 2015, cresce l’incidenza degli illeciti nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), dove se ne sono contati ben 13.388, il 48,3% sul totale nazionale (nel 2014 l’incidenza era del 44,6%). La Campania con 4.277 reati, più del 15% sul dato complessivo nazionale, è la regione con il maggior numero di illeciti ambientali seguita da Sicilia (4.001), Calabria (2.673), Puglia (2.437) e Lazio (2.431). Anche su base provinciale la Campania gode di un primato tutt’altro che lusinghiero: le province di Napoli e Salerno sono tra le due più colpite, rispettivamente con 1.579 e 1.303 reati, seguite da Roma (1.161), Catania (1.027) e Sassari (861).

La corruzione è un fenomeno sempre più dilagante nel Paese, è l’altra faccia delle ecomafie, e facilita ed esaspera il malaffare in campo ambientale in maniera formidabile. Dal 1 gennaio 2010 al 31 maggio 2016 Legambiente ha contato 302 inchieste sulla corruzione in materia ambientale, con 2.666 persone arrestate e 2.776 denunciate. La Lombardia è la regione con il numero più alto di indagini (40), seguita da Campania (39), Lazio (38), Sicilia (32) e Calabria (27). La pressione dell’abusivismo continua senza tregua e non si ferma nemmeno dinanzi alla crisi generale del settore edilizio. Secondo le stime del Cresme, se nel 2007 l’abusivismo edilizio pesava per circa l’8% sul totale costruito, nel 2015 la percentuale è pressoché raddoppiata e destinata in prospettiva a crescere anche negli anni a seguire. Detta in altro modo, nel 2015 sarebbero stati costruiti altri 18.000 immobili completamente fuori legge. Impressionanti anche i dati complessivi sul ciclo del cemento: nel 2015 sono stati accertati quasi 5mila reati, 13 al giorno, e sono stati effettuati 1.275 sequestri. La Campania si conferma regione leader, con il 18% delle infrazioni su scala nazionale, davanti a Calabria, Lazio e Sicilia. Anche su scala provinciale, quelle campane battono tutte le altre, con in testa Napoli (301 reati), poi Avellino (260), Salerno (229) e Cosenza (199).

Per quanto riguarda le attività organizzate di traffico illecito dei rifiuti, secondo quanto disciplinato dall’articolo 260 del d.lgs. 152/2006, al 31 maggio 2016 le inchieste sono diventate 314, con 1.602 arresti, 7.437 denunce e 871 aziende coinvolte in tutte le regioni d’Italia, a cui sia aggiungono 35 Stati esteri (14 europei, 7 asiatici, 12 africani e uno dell’America Latina), per un totale di oltre 47,5 milioni di tonnellate di rifiuti finiti sotto i sigilli. Solo nelle ultime 12 inchieste di quest’ultimo anno e mezzo (gennaio 2015-maggio 2016) le tonnellate sequestrate sono state 3,5 milioni, più o meno l’equivalente di 141 mila tir.
Preoccupano gli illeciti legati alla filiera dell’agroalimentare: nel corso del 2015 sono stati accertati 20.706 reati e 4.214 sequestri. Il valore complessivo dei sequestri effettuati ammonta a più di 586 milioni di euro. Il numero più alto di infrazioni penali è stato riscontrato tra i prodotti ittici con ben 6.299 illegalità accertate, mentre tra le tipologie specifiche di crimini agroalimentari la contraffazione è tra le più diffuse e colpisce principalmente i prodotti a marchio protetto, come l’olio extravergine di oliva, il vino, il parmigiano reggiano e così via. In espansione il fenomeno del caporalato: sono circa 80 i distretti agricoli, indistintamente da nord a sud, nel quale sono stati registrati fenomeni di caporalato. Nel 2015 le ispezioni sono cresciute del 59% ma con esiti davvero negativi, in pratica più del 56% dei lavoratori trovati nelle aziende ispezionate sono parzialmente o totalmente irregolari, con 713 fenomeni di caporalato registrati dalle autorità ispettive.

Le Ecomafie continuano i loro affari anche nel racket degli animali con 8.358 reati commessi nel 2015. A rischio anche i beni culturali: lo scorso anno ne sono stati recuperati o sequestrati dalle forze dell’ordine per un valore che supera abbondantemente i 3,3 miliardi. Un valore 6 volte superiore a quello registrato nell’anno precedente, quando si era “fermato” intorno ai 530 milioni. Invece per quanto riguarda i roghi, alla Campania va la maglia nera per il numero più alto di infrazioni, 894 (quasi il 20% sul totale nazionale), seguita da Calabria (692), Puglia (502), Sicilia (462) e Lazio (440).

Le proposte
Se il 2015 è stato un anno spartiacque grazie all’introduzione della legge 68/2015, come dimostra questo Rapporto, rimangono ancora molti fronti aperti sul piano normativo. Per questo l’associazione ambientalista torna a ribadire che per una corretta applicazione della legge sugli ecoreati è fondamentale che le procure sviluppino una prassi operativa comune e condivisa, magari seguendo l’esempio di quegli Uffici giudiziari che già si sono mossi in questa direzione. Tra le altre proposte che lancia oggi Legambiente:

– mettere in campo un’azione di formazione sulla nuova legge per tutti gli attori del sistema di repressione dei reati ambientali e definire linee guida nazionali per garantire una uniforme applicazione in tutto il paese della parte sesta-bis del Codice ambientale, quella che riguarda i reati minori che non rientrano tra i nuovi delitti previsti dalla legge 68, fino a oggi non completamente garantita (a tal proposito vale la pena segnalare l’accordo siglato in Emilia Romagna tra Procura generale, Procure della Repubblica, Noe dei Carabinieri e Corpo forestale dello stato che individua nell’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia Romagna l’organo tecnico per l’asseverazione delle prescrizioni);

– una presa di posizione seria e unanime da parte delle classi dirigenti nazionali e locali contro l’abusivismo edilizio per dare nuovo vigore agli abbattimenti dei manufatti che ancora oggi sfregiano il territorio, con l’approvazione di una legge per snellire l’iter di abbattimento degli ecomostri;

– la rapida approvazione del ddl che tutela il Made in Italy enogastronomico, ora al vaglio delle competenti commissioni parlamentari. Un ddl che se approvato introdurrebbe nuovi delitti come il disastro sanitario e di agropirateria a tutela dei prodotti di qualità. In particolare si migliorerebbe il Codice penale per contrastare al meglio la contraffazione (con aggravante per i prodotti Igp e Doc), le frodi in commercio, la vendita di alimenti con segni mendaci anche con la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Inoltre sarebbe importante un nuovo intervento in tema di caporalato, odioso fenomeno che sta diventando sempre più esplosivo;

– una maggiore attenzione legislativa al patrimonio di biodiversità sotto attacco delle ecomafie, anche attraverso l’inserimento di un nuovo articolo nel Codice penale con adeguate sanzioni relative alle attività illecite inerenti fauna e flora protette;
– l’aggiornamento della legge per contrastare le archeomafie al fine di rendere sempre più adeguata la forza deterrente rispetto alla gravità dell’azione criminale su beni culturali e reperti archeologici. Se si esclude il delitto di ricettazione, che prevede pene fino a otto anni di reclusione, in generale le sanzioni previste a tutela dei nostri tesori sono davvero irrisorie;

– L’istituzione di una grande forza di polizia ambientale sempre più diffusa sul territorio nazionale, mettendo a sistema le migliori esperienze messe in campo dall’Arma dei carabinieri e dal Corpo forestale dello Stato;

– un vero e proprio cambio di paradigma economico: l’economia ecocriminale si combatte promuovendo un’economia civile, fondata sul pieno rispetto della legalità, sui principi della sostenibilità ambientale e della solidarietà, capace di creare lavoro, soprattutto per le giovani generazioni, e crescita pulita; contribuire alla custodia dei patrimoni del nostro Paese, a cominciare dalle sue ricchezze naturali e paesaggistiche, e alla valorizzazione dei suoi straordinari talenti.

Il rapporto Ecomafia è stato realizzato, come ogni anno, grazie alla collaborazione delle forze dell’ordine (l’Arma dei carabinieri, il Corpo forestale dello Stato e delle regioni e delle province a statuto speciale, la Guardia di finanza, la Polizia di Stato, le Capitanerie di porto), e gli altri organi di polizia giudiziaria l’Ufficio antifrode dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, le Polizie provinciali, la Direzione Investigativa Antimafia, la Direzione nazionale antimafia.

ECOMAFIA 2016, Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia, è edito da Edizioni Ambiente con il sostegno di Cobat. Il testo è in vendita nelle librerie. Collana: Saggistica. Formato: 15×23. 192 pagine, 22,00 euro
ISBN 978-88-6627-192-5

Le storie e i numeri del crimine ambientale, regione per regione, le notizie di attualità e numerosi approfondimenti sono disponibili sul portale www.noecomafia.it.

legambiente

Feb 282016
 

A vent’anni dalla legge 108/96, la normativa in materia di contrasto all’usura è ancora efficace? Se il fenomeno, amplificato dalla perdurante crisi economica, ha cambiato forma, allora è necessario ripensare ad un percorso legislativo differente che sia in grado di interpretare le nuove facce dell’usura e di dare sostegno alla vasta platea di persone che si trovano in difficoltà economiche o che sono già vittime di usura.

“Verso la riforma della legge 108/96 – invito al confronto e alla partecipazione” è l’appello che Libera e la fondazione antiusura “Interesse Uomo” lanciano a tutti i soggetti che quotidianamente si confrontano su questi temi, per fare un’analisi del fenomeno e tracciare insieme le linee guida per proporre un nuovo percorso normativo.

L’incontro si terrà lunedì 29 febbraio alle ore 16 a Potenza, nella sede della Fondazione in via Sinni snc. Sono stati invitati a partecipare: i rappresentanti della magistratura e degli organi investigativi, della Regione e degli enti locali, del mondo sindacale, della cooperazione, delle imprese e delle professioni, dell’associazionismo e del volontariato, della scuola e dell’università.

Da ormai cinque anni Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie opera sul fronte dell’antiusura attraverso il progetto SOS Giustizia – Servizio di ascolto e di assistenza alle vittime della criminalità organizzata, in collaborazione con la Fondazione antiusura nazionale Interesse Uomo. In Basilicata è presente uno sportello a Potenza che estende la sua competenza a tutto il territorio regionale e a parte della alla Campania.

Il forum che si terrà lunedì 29 febbraio a Potenza, fa seguito e precede altri tavoli tecnici che si stanno svolgendo in diverse zone del territorio nazionale. I lavori di questi incontri confluiranno in una conferenza interregionale che, per le regioni del Sud, si terrà a Napoli a maggio, e successivamente in una conferenza nazionale che si svolgerà nel mese di luglio a Roma. Al tavolo romano saranno presentate tutte le esperienze, criticità e nuove idee raccolte nei vari forum territoriali, con l’obiettivo di elaborare una proposta di riforma della legge 108, che nasca dal confronto e dall’esperienza dei tanti soggetti presenti in Italia e dalle buone prassi messe in pratica in questi venti anni per prevenire e contrastare la piaga dell’usura.

Libera e la Fondazione Antiusura Interesse Uomo intendono dunque realizzare un progetto che miri a costruire una rete territoriale tra le realtà che operano per sostenere il disagio sempre più crescente delle famiglie italiane e del mondo della piccola e media imprenditoria. Uno spazio di confronto indispensabile per rimettere al centro del dibattito pubblico e politico il tema dell’usura, affare sul quale le mafie hanno investito ingenti risorse, come ci confermano le operazioni antimafia degli ultimi anni, un business che si aggira intorno ai 16 miliardi di euro, per circa sessanta clan negli ultimi due anni.

Libera e Interesse Uomo invitano alla partecipazione tutti quei soggetti che operano per il contrasto all’usura e al sovraindebitamento, certi che i percorsi di collaborazione possano portare alla costruzione di percorsi di risalita.

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Gen 132016
 

Gli episodi di domenica scorsa, allo stadio Viviani di Potenza, riportano per l’ennesima volta il calcio tra le colonne della cronaca piuttosto che dello sport.
Libera Associazioni, nomi e numeri contro le mafie da tempo e su tutto il territorio nazionale guarda con attenzione al mondo dello sport, consapevole che come altri mondi è ricco di valori ma anche di malaffare e mafia. Il calcio è troppo spesso frequentato da personaggi che pur indossando casacche diverse, sono accumunati da un unico principio: sentirsi padroni del “pallone”, usarlo per i propri interessi, economici, politici o di immagine. Tanti gli esempi di dirigenti, presidenti, manager, allenatori, calciatori, tifosi che sfruttano il gioco del calcio per motivi più o meno loschi, senza disdegnare rapporti con la criminalità organizzata.

Chi ha aggredito la squadra del Potenza domenica sera?

Se sono stati i “tifosi”, ci si chiede perché si è arrivati ad usare una tale violenza di gruppo colpendo a sorpresa e dopo aver pianificato l’azione. La cronaca ci racconta di circa trenta persone che aspettano, all’ingresso dello stadio Viviani, il pullman della squadra del Potenza di ritorno dalla sconfitta nella trasferta di Manfredonia. Appena si aprono le porte del pullman entrano e cominciano a malmenare i giocatori e gli altri ospiti, senza risparmiare neanche il portiere di riserva di soli 16 anni, alla sua prima uscita con la squadra maggiore. In una dichiarazione rilasciata dall’allenatore del Potenza Salvatore Marra alla Gazzetta del Mezzogiorno, riportata tra virgolette, lo stesso Marra parla chiaramente di spranghe, bastoni e tira pugni e di persone che hanno urlato di tutto: che i giocatori dovevano sudarsi la maglia e che se avessero perso la prossima gara con il Picerno sarebbero stati guai seri per tutti (peggio di un pestaggio ci sono le lesioni permanenti o l’omicidio).

Se sono stati delinquenti organizzati prevenienti dall’esterno o elementi locali con il supporto di persone estranee alla città, ci si chiede quale possa essere il motivo dell’agguato. In questo caso le ipotesi potrebbero essere di carattere extracalcistico, legate ad interessi economici, al mondo delle scommesse o a ricatti verso la società sportiva Potenza Calcio.

Comunque sia, la descrizione della scena del reato e il fatto di aver picchiato selvaggiamente e indiscriminatamente, ci induce a collocare l’azione nell’alveo della punizione di stampo squadrista o dell’avvertimento di stampo mafioso, in ogni caso grave e intollerabile.

Noi speriamo che le indagini vadano fino in fondo sia rispetto ai colpevoli sia rispetto alle ragioni che stanno dietro a questo grave episodio di violenza.

La città di Potenza dovrà interrogarsi e trovare la capacità e la forza di fermare coloro che vogliono farla da padroni, che siano violenti, corrotti, mafiosi, di provenienza locale o “esterna”.

Per ridare dignità allo sport, e al calcio in particolare, non bisogna chiudere gli occhi e tacere. Chi sa qualcosa parli, chi ha subito una violenza ingiusta denunci. In una piccola città come Potenza ci si conosce, i giocatori aggrediti hanno visto, se hanno riconosciuto qualcuno o hanno qualcosa da dichiarare, per il bene della città e dei tanti cittadini che amano lo sport e vogliono legalità, non abbiano paura e riferiscano ciò che hanno visto e quant’altro possa servire alle forze dell’ordine per le indagini. Chi sa parli.

Libera non dimentica che il calcio a Potenza ha vissuto momenti poco dignitosi, era il 3 marzo 2011 quando su LaGazzettadelloSport.it, a firma degli inviati Francesco Ceniti e Maurizio Galdi, potevamo leggere: “… una squadra di calcio utilizzata per raggiungere gli scopi attraverso partite vendute e comprate con ogni mezzo, comprese minacce e aggressioni. Tutto questo è stato il Sistema Potenza: due anni di scorribande (dal 2007 al 2009), dove i valori del gioco più amato al mondo sono stati cancellati, calpestati e violentati…”.

Proprio per questo non può non preoccuparci quello che continua a ruotare attorno al mondo del calcio: troppo denaro, riciclaggio di denaro sporco, scommesse legali e non, corruzione, violenza e non raramente mafia.

Per aiutare le forze dell’ordine e la magistratura a fare piena luce sull’accaduto, non sottovalutiamo l’episodio, considerandolo semplicemente un’azione di esuberanza giovanile, guardiamoci attorno a trecentosessanta gradi con attenzione e costruiamo ovunque presidi di legalità.

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Giu 082015
 

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L’AUTO E’ STATA VENDUTA

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Nov 012014
 

Ecco quanto dichiara Gianni Rosa di Fratelli d’Italia sulla questione del debito di Potenza. “Qualche giorno fa la relazione dei Revisori dei Conti, ieri la pubblica udienza della Corte dei Conti. La ‘sentenza politica’ è una sola: il centrosinistra, che governato la Città di Potenza negli ultimi venti anni, ha dissestato le casse comunali disponendo dei soldi pubblici come se fossero i propri.

Questo è il quadro che emerge dalle conclusioni dei due organi terzi che hanno valutato i conti comunali. Dalle loro elaborazioni si comprende come è potuto accadere che i bilanci fossero chiusi sempre in pareggio.

Il Pd ha dilapidato milioni di euro pubblici, ovvero dei cittadini Potentini e Lucani, visti i continui ‘aiutini regionali’, per creare filiere clientelari. Un esempio per tutti, il Comune ‘assumeva clientes del Pd’ a suo piacimento attraverso le sue società in house. Definire questo modo di operare una ‘gestione allegra’ è eufemistico. ‘Totale dispregio del denaro pubblico e dell’etica’ è il modo più appropriato per qualificare le passate amministrazioni del centrosinistra.

I vani tentativi degli esponenti del Pd cittadino di negare la situazione di disavanzo in cui esso stesso, con la passata gestione, ha trascinato la Città capoluogo sono imbarazzanti. Continuare ad affermare che ci sia una volontà politica della nuova amministrazione di voler dichiarare il dissesto umilia l’intelligenza dei Potentini e dei Lucani.

Non hanno compreso gli esponenti del Pd che, così facendo, hanno manifestato la chiara intenzione di voler, ancora una volta, nascondere la verità, probabilmente per continuare a vivere alle spalle dei Potentini. In fin dei conti chi ha da guadagnarci se si dice che “è tutto a posto” quando non lo è? Il Pd. L’unico che ci ha guadagnato in questi anni di mala politica. Dov’era allora, quando si dilapidavano le risorse di Potenza, il bene della Comunità? Opportunistico e null’altro. Questo è stato il Pd per la Città capoluogo.

Non si tratta di gridare ‘dagli all’untore’. Si tratta di condannare l’intero sistema politico del centrosinistra, clientelare e di malaffare, che ha solo preteso e preso. Si tratta di denunciare e di far prendere consapevolezza ai Cittadini della realtà delle cose. Si tratta di dire ai Cittadini potentini ed ai Lucani tutti: questa è stata la gestione del Pd che a noi non è mai appartenuta e che noi condanniamo”.

gianni rosa