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Muore
tragicamente a Viggianello il decano
della
Sagra
dell’Abete
Per tutti era "Pagnuozzo". Uno di
quei soprannomi che dalle nostre parti
vengono affibbiati ad arte, e ti restano
per tutta la vita, per i motivi più
semplici e immediati: appartenenza ad
una casata, aspetto fisico,
particolarità caratteriali, modo di
esprimersi, consonanza fisica e
comportamentale con altre persone,
professione svolta. Peppe, ereditò il
suo da un carbonaio misterioso che negli
anni quaranta abitava Montagna di Basso
e che così veniva chiamato; e, poiché
era affascinato dai quei boschi e non
voleva mai staccarsene - come il
carbonaio che lì lavorava e viveva senza
avere altri contatti col mondo-,
qualcuno prese a chiamarlo "Pagnuozzo",
diventando metafora del suo emulo. con
tutta probabilità, però, nel conio del
nomignolo deve aver influito in maniera
determinante anche il suo aspetto
fisico. "Pagnuozzo", infatti, da queste
parti sta per piccolo, e Peppe di
statura non era un gigante; dirigeva il
suo corpo con movimenti secchi e
aggraziati. La sua voce, pastosa e
calda, che sapeva trasformarsi
all'occorrenza in una sirena squillante,
deve aver fatto il resto. Gli occhi
espressivi che ti raccontavano della sua
vita e il volto che si apriva in un
largo sorriso - che spalanca il cuore e
riempie di felicità - erano i portavoce
della sua persona. Un uomo che ti
rendeva partecipe del suo vissuto ed
entrava nel tuo con discrezione
disarmante. Potevi abbracciarlo, Peppe,
con facilità, potevi cingergli un
braccio su quelle spalle che sembravano
disegnate con precisione per accogliere
la pacca di un amico. Tanti ne aveva, e
per tutti c'era un posto speciale nella
sua esistenza. Nato a Viggianello
sessantuno anni fa, qui aveva sempre
lavorato senza mai risparmiarsi, facendo
la spola tra Montagna di Basso, Le vette
del Pollino e la sua casa. Doveva aver
instaurato un rapporto speciale, fatto
di magia e sentimenti, con quei sentieri
sterrati, con quegli alberi, con quelle
sorgenti cristalline alle quali sovente
si dissetava. La montagna era la sua
vita. Esperto boscaiolo, zelante custode
dei suoi buoi, che ogni anno
accompagnava nella classica transumanza
estiva sui monti d'alta quota del
Pollino, e, viceversa, in quella
invernale, verso valle. I buoi, poi,
tradizione di famiglia, oltre che fonte
di reddito, ben presto avrebbero
rivelato la loro utilità anche sul
versante del sacro e del folclore. Tre
figli, una moglie, i quali, per via
della sua bontà e rettitudine nello
spirito, hanno sempre pensato di avere
in casa il miglior capofamiglia che ogni
consanguinea istituzione potesse
desiderare. Già, capofamiglia, e da
quando era venuto a mancare suo padre -"Zu
'Nciccu u Napulu" -, era stato investito
di nuova responsabilità, diventando capo
di una famiglia più vasta: quella della
"Pitu". Ne era, infatti, il capo
designato per discendenza. Furono queste
le ultime volontà del genitore, il
quale, constatata l'abilità pregressa
del figlio, la sua passione, la
conoscenza del mestiere e la maestria
nel trattare con animali e persone, non
poteva che, nella sua pur numerosa
famiglia, far ricadere su Peppe la
scelta del suo successore. Così fu. Da
allora, ogni anno, alla festa del Santo
Patrono, San Francesco di Paola, è stato
lui a prendere il comando della
situazione, impartendo consigli più che
ordini. Era lui a coordinare e discutere
con i fedeli la scelta dell'albero da
abbattere. Era lui a dare il via alle
operazioni di taglio. Sempre lui, in
quel rito arboreo di cui, pur non
essendo il più vecchio, ne era
considerato da tutti, a giusta ragione,
il decano. Il primo a levare le mani al
cielo e gridare "evviva San Francesco",
seguito da tutti gli altri, era lui. E
quando i buoi, trainando il tronco,
nella lunga discesa a valle, non ne
volevano sapere di andare avanti e si
impuntavano, era ancora lui che,
avvicinandosi alle bestie, rivolgendosi
loro in un gergo apparentemente
incomprensibile, fatto di dittonghi,
quasi fonemi, di parole corte, troncate,
riusciva ad ammansirle e farle
ripartire. E che dire di quando c'era da
affrontare un'asperità di percorso, una
curva troppo stretta, una manovra
particolare? Con occhio vigile,
infallibile, di chi si mette nella
prospettiva di far filare tutto liscio,
di chi si sente una responsabilità
pesante addosso, dispensava direttive
con calma (apparente), riuscendo, con
accorgimenti, correzioni di tiro, con il
costante coordinamento dei fedeli "pannulisti",
a far scivolare il grosso tronco oltre
le difficoltà. Caro Peppe, siamo certi
che saresti riuscito a far passare la
"Cuccagna" anche attraverso la cruna di
un ago. Ne siamo convinti, davvero. Il
suo "vizio" di aggirarsi per i boschi è
sfociato in talento. La sua imparzialità
nel placare gli animi dei giovani più
esuberanti ed esagitati, durante le
feste, gli ha fatto acquistare prestigio
e alta considerazione. La sua
infallibile vista gli ha sempre permesso
di vedere oltre. La sua insolita
onniscienza della montagna, dei buoi e
della vita, la sue felici intuizioni gli
hanno sempre permesso di supplire con
decisioni fulminee ai vuoti
comportamentali in ogni circostanza,
anche la più avversa. E quando - è
normale in questo tipo di feste -
l'alcol prendeva il sopravvento, il
talento di Peppe non veniva attutito: la
sua vista non si appannava, la sua
autorità (si fa per dire) non si
infiacchiva, né i suoi movimenti erano
barcollanti.
Nella zona e nei comuni limitrofi era
conosciuto per le sue doti umane e per
quelle di traghettatore di tronchi.
Veniva chiamato sempre a tutte le feste
dove c'era da trainare un pezzo di
legno, portandosi dietro i suoi fedeli
buoi. Innamorato della vita e delle sue
infinite allegorie, non mancava mai al
classico appuntamento di carnevale,
dove, imbracciato il "cupi-cupi", che
ogni anno si costruiva, dava vita,
insieme ai suoi compagni di sfilata,
alla pittoresca farsa del processo al
fantoccio di paglia. Ogni occasione era
buona per accendere un fuoco e, veloce
veloce - o, "bellu bellu", come diceva
lui -, preparare uno squisito piatto di
pasta e patate: la sua impareggiabile
specialità. E tutti a leccarsi i baffi,
e, stranezza delle stranezze - o, cielo
che manda giù neve il 15 di agosto -,
anche chi, le patate, proprio non gli
piacevano, e, in nome di una vita esente
da complicazioni alimentari, aveva
giurato loro eterna rivalità. Qual era
il tuo ingrediente segreto, Peppe? E che
spettacolo quando lo vedevi guidare le
operazioni di traino in prossimità della
chiesa; direttive sempre attente,
capacità di conservare lucidità anche
quando la stanchezza ti ha ormai
sfiancato e le ultime energie residue
hanno ammainato le vele. Sembrava un
direttore d'orchestra, che conosce a
memoria lo spartito da suonare. Che
belle sinfonie ci hai regalato, Peppe.
Quanti applausi la folla in delirio ti
ha tributato.
Quel mattino quelle nuvole foriere di
pioggia non ne volevano sapere di
abbandonare quel cielo truculento. Il
taglio s'ha da fare, come tradizione
vuole naturalmente. Sicché le operazioni
vanno avanti senza particolari intoppi,
sotto la pioggia. Il grosso albero cade
tra la gioia commossa dei fedeli. E, nel
mentre si sta per levare al cielo il
grido inneggiante al Santo, il riverbero
provocato dalla caduta del tronco
impatta sull'ultimo segno
dell'eccezionale e nevoso inverno
passato: un ramo incagliato tra le
fronde, che non capisci come abbia fatto
a rimanere lì, in quel limbo, senza più
vita, e pur sospeso - come dire che due
più due non fa quattro -. È un attimo,
un grido strozzato in gola, che quella
voce pastosa e calda, che sapeva
trasformarsi all'occorrenza in una
sirena squillante, non partorisce. Non è
possibile, Peppe, l'esperto fra gli
esperti, quello che dispensava consigli
a tutti, quello che conosceva meno le
sue tasche del suolo di quella montagna.
Cornaleta, poi, dove aveva vissuto. Dal
genio e dalla penna di quale fantasioso
scrittore sarebbe potuto uscire un
epilogo così amaro e cruento? Che
scherzo del destino è questo? Lui, che
con quei boschi aveva instaurato un
rapporto parentale, tradito dal suo
fratello ramo. Incomprensibile.
Sgomento, incredulità, incapacità di
reagire: manca il capo. Un figlio che
sgorga lacrime più grosse delle gocce di
pioggia lo stringe fra le braccia; un
altro che arriva a tragedia consumata e
che non si dà pace. Sirene spiegate di
ambulanza, carabinieri che, all'orecchio
di chi non è sul posto, non hanno
spiegazione, per quello che sembra un
olocausto babilonico . Un andirivieni di
macchine sfreccianti come razzi. Le voci
confuse che si susseguono e incalzano al
ritmo di tante semicrome in tempo di sei
ottavi, e si intrecciano come serpenti
in calore nella bella stagione. Nessuno
vuole crederci, si pensa alle solite
chiacchiere ingigantite e romanzate che
queste circostanze allignano. Ma -
bestemmia che la statua di San Francesco
non vuol sentire -, tutto,
incredibilmente e illogicamente,
corrisponde a realtà. Vani i soccorsi.
Vuoto il volo dell'elicottero. Di rito
le operazioni di Carabinieri e medici.
Da montagna di Basso ritorna l'ambulanza
del 118. È black out.
La moglie, tesa come una corda di
violino, non ha la forza di emettere un
suono. Gente che accorre da ogni parte e
si stringe attorno ai familiari. La
gente, che racconta aneddoti legati alla
vita di Peppe e che vanno già ad
ascriversi nel libro ricordi. Il
fratello, piangente, che con dolcezza
gli parla, come se fosse vivo,
rammentandogli di quando il padre gli
lasciò il comando della festa. La
suocera che si rivolge a lui chiamandolo
"figlio mio".
È questo il clima. Per tre giorni
interminabili. Quei tre giorni che per
Peppe avrebbero dovuto essere di festa.
E che, invece, si consumano nell'attesa
di un figlio - l'altro ancora -
irrintracciabile, in un viaggio oltre
oceano, ignaro; arriverà solamente la
mattina del funerale. Non vedrà più il
padre, se lo ricorderà in vita. Pieno di
quella vitalità, di quella forza, di
quella energia contagiosa che a volte
facevi fatica a credere potesse essere
sprigionata da quel piccolo uomo. Ma,
enigmi che lastricano la storia, era
proprio cosi, invece. E ora, chi glielo
spiega ai parenti, agli amici, a tutti
quelli che lo piangono che il destino è
beffardo? O forse, qualcuno pensa di
liquidare la faccenda con astruse
congetture sull'ineluttabilità della
vita? Che l'esistenza è un filo di nylon
teso e sottile al quale appendiamo i
nostri sogni, le nostre conquiste, le
nostre virtù, e che, da un momento
all'altro, per effetto di un leggero
libeccio, può spezzarsi? O ancora,
altri, con rinnovata retorica - o,
scontata condanna al carcere per chi si
è macchiato di tremendi omicidi -,
meditano di argomentare pedissequamente
sul labile confine tra vita e morte? Che
Peppe diceva di voler morire in
montagna? Certo, ma non in questo modo,
e, soprattutto, non ancora. Misteri?
Il sabato, giorno dedicato
tradizionalmente alla festa, alla
discesa dei tronchi verso la chiesa,
questa volta è dedicato alla discesa
della sua bara. È la prima volta dal
1922 che la festa non ha luogo. Non era
proprio il caso, dato che le 83 edizioni
precedenti avevano sempre visto la
partecipazione della sua famiglia. Come
si poteva, ora, fare a meno di un suo
esponente, di Peppe poi? Credici Peppe,
è giusto così.
Il giorno del funerale le acerrime
nuvole hanno lasciato il posto a un
tiepido sole che fa capolino sui monti.
Una marea umana ha invaso le strade,
accompagnando Peppe nel suo ultimo
viaggio. Il tragitto, lo stesso che
avrebbe fatto l'albero trascinato dai
suoi buoi, è una mesta processione,
scandita da un silenzio irreale,
interrotto a tratti dalle profonde
melodie funebri della banda che avrebbe
dovuto suonare ben altri tempi e ritmi;
da qualche pianto dirotto e da qualche
colpo esploso in suo onore, più che per
quello del Santo, per mano del suo
fidato amico d'avventure, che fino
all'ultimo gli è staso vicino. La bara
portata a spalla per più di un
chilometro, fino ad arrivare in chiesa.
Pardon, davanti alla chiesa: il funerale
si è svolto all'aperto. Così, capita
anche che una piazza, appena
ricostruita, stracolma di gente, venga
inaugurata per una così nefasta
circostanza. È il minimo Peppe, non
azzardare a ribellarti. Da brividi il
canto soave di quella fanciulla venuta
da chissà dove, per Peppe, e il suono
del suo organo. Toccante l'omelia di don
Biagio che piangente e affranto ha
officiato il funerale insieme al
diacono. E i chierichetti, tutti vestiti
di bianco, che avevano imparato a
conoscere le virtù di Peppe e che ne
faranno tesoro. I pensieri accorati di
amici di boschi, d'avventura e di vita,
trasposti in lettera e letti
pubblicamente durante la messa. Un'ora
di lacrime sul sagrato della chiesa,
fino al momento in cui il corteo funebre
si avvia verso il calvario, qui
l'estremo saluto. Qui l'applauso,
l'"arrivederci" della popolazione tutta,
o, se vogliamo, un tributo che può
essere tradotto in un più asciutto e
significativo "ciao".
L'orchestra è rimasta orfana del suo
direttore. Non dirigerà più con la sua
inconfondibile classe ed eleganza. Non
si leverà più in alto il suo grido. Non
lo vedremo più alzarsi sullo squadrato
albero di faggio e inneggiare a San
Francesco. La sue indicazioni non
arriveranno più ai "ualani" e alla folla
ammaliata. Continueranno ad arrivare,
invece, i suoi insegnamenti e le sue
sinfonie; perchè tutto è stato scritto
su un pentagramma indelebile e nessuna
intemperie, nessuna calamità,
riusciranno mai a scalfirli. Così, anche
se nessuno vedrà più i suoi gesti, né
udrà la sua voce, la sua arte
sopravvivrà all'uomo, perché diventata
eterna. E per tutti noi continuerà ad
essere, per sempre, il nostro buono,
caro e spumeggiante "Pagnuozzo".
Gianni Gallo
Maggio 2005
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