Desdemona è tornata

Desdemona è il simbolo di un femminicidio, e nulla può cancellare un atto infame come questo, puro prodotto di un ego maschile malato, dove il confronto e la necessità di affermazione sono giocati nel rapporto fra uomini, e la donna diventa l’oggetto – puro oggetto – della contesa. Ma cosa potrebbe dire Desdemona di sé, se riavvolgesse il nastro della sua vita e tornasse a guardarsi con occhi liberati da quel velo, reale o psicologico, che troppo spesso impedisce alle donne di reagire? Ho voluto puntare il dito e scavare proprio questo aspetto, perché mi sembra più che mai urgente. Qui in scena ci sono tre “Desdemona”, non appunto perché sono tre donne uccise dal marito o fidanzato o partner come purtroppo avviene ancora quotidianamente, ma perché lei è la figura simbolo di una donna giovane, ancora piena di incanto, che scambia per amore, o devozione, o desiderio di assecondare, il cedimento del proprio spazio all’altro, convinta così di suggellare un’unione che diventa invece sacrificio di sé. Si tratti dell’amato, della famiglia, del contesto di riferimento. Quale muro, quale illusione, quale ordine interiore che la cultura patriarcale alza dentro l’anima delle donne nel momento in cui potrebbero spiccare il volo, inducendole a rientrare nell’ordine costituito, lasciandosi annullare. Uccise prima di essere uccise. Sono tre giovani donne figlie degli stessi meccanismi micidiali di quella cultura, anche se apparentemente espressi in forme diverse. Tre amiche che ancora condividono una “stanza tutta per sé” con tutto lo slancio e la spensieratezza di quegli anni senza consapevolezza, perciò subendo le pressioni della cultura dominante, esercitata anche dalle madri, in una catena che di generazione in generazione continua a condizionarle fino a scegliere “liberamente” la stessa prigione, annullando quella parte di sé piena di desideri, spinte e obiettivi di realizzazione di una vita piena, viva e libera. Donne nemiche di altre donne, come diventano le tre protagoniste, corrotte dall’ordine imposto, incapaci persino di toccarsi nella stessa misura in cui sono state intime nella condivisione. Fino a sbeffeggiarsi, insultando nell’altra proprio ciò che ha ucciso la parte più autentica e istintiva di sé. Ma come ogni conflitto autentico proprio questo le porterà a scoprirsi e a scoperchiare la memoria che consentirà loro una nuova consapevolezza di sé, e dell’importanza di avere le altre accanto per ritrovarsi. Un processo di rinascita che dalla perdita ci restituisce a noi stesse, scoprendoci parte delle altre anche nei nomi che ci definiscono. Lo spettacolo, nato dal laboratorio teatrale che dirigo in un centro antiviolenza aperto da BeFree a Roma, Spazio Donna San Basilio, ha chiuso al Teatro 7 Off di Michele La Ginestra la seconda edizione del progetto “Il Filo di Arianna”: quel filo che vuole essere ancora una volta l’uscita dal labirinto, questa volta per tutte le donne, attraverso la cultura, affiancando il lavoro delle operatrici dei CAV. Ha già fatto tappa ad Avezzano il 26 giugno scorso, nel contesto del festival “Il Cappello delle donne” organizzato dalla Casa delle donne nella Marsica, o ora qui per quattro serate: giovedi 4 agosto a Rivello, Chiostro del Convento di S. Antonio, Venerdi 5 al Parco Tarantini di Maratea, Domenica 7 a Casalbuono, Teatro Troisi, Lunedi 8 a Lauria, Chiostro del Convento dei Cappuccini. Molti sono i ringraziamenti che dobbiamo per queste tappe, a cominciare dal Centro Mediterraneo delle Arti di Ulderico Pesce che ci ha prodotto, l’Associazione Amici del Teatro con Maria Pia Papaleo che molto si è spesa per supportarci, il contributo dell’Avis di Lauria, il patrocinio dei quattro comuni che ci vedranno in scena, e quelli di BeFree cooperativa e di WeWorld onlus. Anna Maria Bruni Con : Federica Bacchiocchi – Emy / La ragazza scalza/ La Natura selvaggia Anna Maria Bruni – Mimsy/ La signora per bene/ La Memoria Antonella Olivieri – Sofy/ La donna onesta/ La Conoscenza drammaturgia e regia – Anna Maria Bruni.