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ott 272015
 
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Almeno una ventina di gruppi criminali tra gli anni Settanta e gli anni Novanta riconosciuti come associazioni mafiose, con tanto di sentenze; e poco conta se non erano composti solo da lucani ma anche da calabresi e pugliesi: si muovevano in Basilicata e hanno fatto razzia in Basilicata.
Un’associazione criminale di stampo mafioso completamente autoctona denominata Basilischi nata a metà degli anni Novanta e stroncata in tempo da magistratura e forze dell’ordine, ma non così in tempo da evitargli due gradi di condanna per 416bis.
Almeno una sessantina i morti ammazzati negli ultimi cinquant’anni in regolamenti di conti e guerre fra clan, di cui quasi una trentina negli ultimi venti anni; ai quali aggiungiamo sei persone scomparse nel nulla e mai più ritrovate e almeno altri dieci morti ammazzati ma dei quali mai nessuno ci ha detto perché, e chi è stato.
Sono i numeri dell’altra Basilicata e della parte più oscura di questa nostra meravigliosa regione.
Se li confrontiamo al sangue e alle storie raccontate nel film “Il padrino” forse ha ragione Francis Coppola ad affermare che dalle nostre parti non c’è mafia – e comunque non c’è quella mafia –, tuttavia ci permettiamo di dire che il sangue di 60 persone in cinquant’anni è rosso quanto quello di 60 persone in un giorno, e che nelle aule di Tribunale il 416bis sentenziato in Sicilia ha la stessa valenza di quello decretato in un tribunale lucano. Senza trascurare quelle dinamiche chiaramente mafiose che ritroviamo in non poche storie di persone scomparse o uccise senza un perché.
Ma non è sui numeri che ci soffermiamo, quanto su quello che qualche anno fa leggevamo in una Relazione del Ministero dell’Interno: “la criminalità lucana denominata basilischi ha mostrato il volto di una mafia violenta, radicata nel territorio, capace di fare proseliti e costruire consenso. È collusa con il potere politico e protesa verso i centri massonici occulti pronta a spartirsi i ricchi affari che nascono dai finanziamenti comunitari e pubblici”.
Siamo certi che il celebre e prestigioso regista sia d’accordo con noi nell’affermare che la mafia con la quale oggi in Italia abbiamo a che fare si è abbastanza evoluta rispetto a quella che raccontava magistralmente ne “Il padrino”, e che anche in Basilicata il metro di misura che ne certifica la presenza così come sancito dal 416 bis non è tanto l’esistenza della povertà – che però ci permettiamo di ricordare vale per molti in Basilicata ma non per chi gode di quei “finanziamenti comunitari e pubblici” – ma “la forza di intimidazione”, “la condizione di assoggettamento” e “l’omertà”: tre requisiti che purtroppo fanno sempre più parte della vita sociale, economica, culturale e politica della nostra terra.
Se poi a questo aggiungiamo l’inquietante silenzio calato su questi argomenti negli ultimi anni e l’annunciato devastante scippo della Corte d’Appello di Potenza con tutto quello che ne consegue sul versante delle investigazioni in tema di criminalità organizzata, allora ci permettiamo di chiedere al signor Coppola di essere preoccupato con noi non solo perché in Basilicata, così come ultimamente ci ha ricordato la Direzione investigativa antimafia, “le nuove leve, rappresentate dai figli dei boss e dei principali affiliati, ora detenuti occupano oggi la scena criminale”, ma soprattutto per una mafia che anche dalle nostri parti temiamo stia diventando sistema.

don Marcello Cozzi

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