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Dic 192013
 

Sabato 21 dicembre, ore 18.00, Lauria (Potenza), Sala Atomium, Teatro di Lauria, serata per la memoria storica nel ricordo del “sacco di Lauria” (1806) a cura del “Centro Studi Pietro Calà Ulloa”.
Concerto-spettacolo e musica popolare napoletana con Gianni Aversano e i Napolincanto e racconti su ricerche di Antonio Boccia, Vicepresidente e Sovrintendente del Movimento Neoborbonico per la Basilicata, Gennaro De Crescenzo, Salvatore Lanza e “Passato e Futuro Onlus”.
Un’occasione importante e suggestiva per ricostruire la verità storica di un evento più che mai significativo della storia del Regno di Napoli (l’invasione francese del 1806, i conseguenti massacri e saccheggi subiti dalle popolazioni meridionali e le grandi ed eroiche “insorgenze” popolari) e per incontrare i responsabili Neoborbonici e del “Parlamento delle Due Sicilie – Parlamento del Sud” della Lucania.

UN PO’ DI STORIA

Nella metà del ‘700 lauria era la prima città del distretto con un’attività economica bastante ai suoi abitanti. Ciò da quando Carlo di Borbone aveva apportato quegli interventi mirati, destinati a creare benessere in ogni angolo del regno. In particolare a Lauria c’erano fabbriche alimentari, filande per la lana e la seta e manifatture di armi che divennero famose in tutta la nazione e terribilmente utili ai laurioti agli inizi del nuovo secolo. Nel 1799 la rivoluzione francese allungò la sua ombra ipocrita e letale anche su Lauria.
In città furono mandati Commissari Democratizzatori, con soldati giacobini che fecero piantare l’Albero della Libertà. Fu il trionfo dei traditori della Repubblica Partenopoea, in cui si distinse l’indigeno Nicola Carlomagno, giovane avvocato benestante che s’invaghì perdutamente dei fumi rivoluzionari, tramando per anni nella capitale e divenendo, infine, un Commissario di Polizia che firmò molti arresti di condannati legittimisti borbonici.
La restaurazione borbonica fece sparire le poche teste calde filogiacobine, anche grazie allo zelo di leali sudditi come Antonio Lombardi, e riportò calma e benessere nella cittadina lucana. Il beato Domenico Lentini convinse personalmente i pochi repubblicani a svellere l’Albero della Libertà ed a sostituirlo con una Croce che ancora oggi si ammira. Il Carlomagno fu invece arrestato dalla Giunta di Stato borbonica e, per i suoi chiari crimini contro il Re e i suoi connazionali, condannato a morte per impiccagione con esecuzione il 13 luglio 1799. Salendo il patibolo avanti ai lazzari esultanti disse: << Popolo stupido, tu ti rallegri oggi della mia morte, ma presto verrà il giorno in cui piangerai con lacrime amare...>>. Era solo lo sfogo perverso di un folle che prevedeva il “rinsavimento” popolare con pentimento per gli “orrori” commessi nel ’99; mai avrebbe potuto immaginare che, grazie al trionfo delle sue idee, nel 1860 sarebbe venuto l’infausto giorno della completa “liberalizzazione”. Le lacrime amare furono effettivamente piante, ma per la perdita dell’indipendenza, il saccheggio di ogni bene, i massacri fatti dai sabaudi, l’esodo biblico che concluse la tragedia della Patria napoletana. Diversamente, invece, andò per qualche altro lauriota filofrancese come Paolo Melchiorre che sfuggì alla pena capitale nel ’99 ricevendo l’esilio; la magnanimità di Ferdinando I lo fece ritornare nel 1820 quando prese posto imperterrito nel parlamento rivoluzionario!
La pace di inizio secolo durò poco perché la fame francese di conquista si era riscatenata con l’avocazione di tutti i poteri nelle mani dell’ipocrita Napoleone Bonaparte.
L’autonominatosi imperatore applicava perfettamente il principio del divide et impera e riuscì alla fine del 1805 a lasciare il regno di Napoli staccato dagli alleati e quindi facile preda per la Francia. Applicando un altro dei suoi principi, quello del nepotismo, destinò il fratello Giuseppe sul trono di Ferdinando di Borbone. Un grande esercito imperiale valicò allora i confini sebezii puntando sulla capitale nonostante che il trattato di Parigi prevedesse la neutralità del Regno borbonico.
Se Napoli venne conquistata troppo facilmente, non fu così per le province. In tal modo si ripeté quanto avvenuto durante i tristi sei mesi della Repubblica Partenopea: il grosso delle truppe a Napoli con apparente calma, attentati continui fuori della capitale ad ogni pattuglia straniera e ai collaborazionisti. Tuttavia la zona di dominio francese giungeva non molti chilometri oltre i principati. Sui monti calabro-lucani i fieri abitanti aspettavano orgogliosi gli invasori, spalleggiati da vari reparti borbonici che di fatto (anche se sbandati) controllavano la maggior parte del Regno continentale.
Il comandante in capo André Massena, duca di Rivoli e nativo di Nizza, ben conoscendo la forza dei regnicoli, decise di agire repentinamente, spietatamente e definitivamente. Ottenne rinforzi adeguati da Parigi per dare un colpo finale alla resistenza chiamata “brigantaggio”. Già per i “briganti” isolati che erano stati presi, rei di delitto di Stato, la punizione era stata immediata e crudele, addirittura con impalamenti alla turca, come avvenne a Lagonegro. Un imponente esercito francese vinse i borbonici a Campotenese il 9 marzo 1806, Il fatto d’arme di Campotenese equivalse ad un segnale di ritirata generale verso lo stretto. Ma se l’Esercito regolare si dileguava, i calabresi, uniti ai soldati rimasti sbandati, rendevano durissima la conquista francese. Il gen. Regnier scriveva a Parigi che solo la terra calabrese che calpestava si poteva dire conquistata.
Mentre il grosso esercito di Massena seminava lutti nella Calabria Citra, i Borbonici lavoravano ai fianchi gli invasori. Le antiche fortezze di Gaeta, sotto il comando del principe di Hassia Philipstadt, e Civitella del Tronto i cui difensori, con l’irlandese Matteo Wade in testa, scriveranno una delle pagine più belle della storia napoletana, resistevano ancora nella primavera del 1806. Le isole del golfo di Napoli furono conquistate dall’amm. inglese Sideney Smith, collaboratore del grande Nelson caduto a Trafalgar con la rovina completa della flotta napoleonica.
Queste esaltanti notizie persuasero il re a Palermo che era giunto il momento di operare anche sul continente: al gen. Stuart, capo supremo degli alleati inglesi, si affiancò un corpo di spedizione siciliano che passò lo stretto.
Il 1° luglio 1806, nei pressi di Maida, l’esercito napoleonico subì la sua prima sconfitta per mano degli anglo-siciliani. Il fatto fece scalpore nel Regno ed all’estero e rischiava di innescare una reazione come quella di Ruffo nel ’99. Ma la politica britannica non desiderava la vittoria completa e le armi tacquero troppo presto.
A Lauria l’atteggiamento patriottico rimaneva sempre altissimo: il presidio bonapartista venne sloggiato da cittadini con coccarda borbonica e una colonna di polacchi fu aggredita e disarmata.
Massena fu invitato direttamente dall’imperatore Napoleone a sedare subito la rivolta nel Sud. Ma i rinforzi necessari stavano assediando l’eroica Gaeta e Massena personalmente comandò l’assalto finale che ebbe successo il 10 luglio, quando una scheggia ferì l’impavido principe di Hassia Philipstadt, scoraggiando i difensori.
A fine luglio re Giuseppe diede carta bianca a Massena che fu autorizzato ad usare qualsiasi mezzo per stroncare la resistenza lucana e calabrese.
Nell’agosto del 1806 l’esercito invasore giunse nel distretto di Lagonegro ove i Francesi avevano sperimentato duramente l’ostilità degli abitanti. Naturalmente, i “briganti” attaccarono le avanguardie francesi, in cui operavano anche alleati come i lombardi della repubblica cisalpina, sulla strada per Lauria.
Poi tutti si trincerarono nella cittadina lucana, protetti dalle mura e dai vicoli stretti, e decisi a fermare i francesi con l’obiettivo di dar tempo ai borbonici nella Calabrie di organizzarsi per la riconquista. Il divario quantitativo non fece optare per un attacco nelle gole che conducevano a Lauria. Dopo la perentoria intimazione della resa, l’8 agosto 1806 Massena investì Lauria con l’artiglieria e mandò i suoi famosi Dragoni all’assalto.
La resistenza fu eroica e si svolse dietro le barricate, stradina per stradina, e casa per casa. Combatterono assieme ai “briganti” tutti i Laurioti: dai giovani ai vecchi e alle donne; con qualsiasi arma e addirittura con le pietre.
Ma la forza, la preponderanza e la brutalità francese non conobbero limiti. Il vincitore di Austerlitz, Massena, perse allora tutta la sua gloria e si macchiò d’infamia dando ai suoi uomini il diritto di sacco. Anche quando la resistenza era ormai annientata, la furia degli invasori li faceva sfondare le porte per uccidere, stuprare, saccheggiare; anche quelli che non avevano partecipato nascondendosi, furono inesorabilmente colpiti. Alla fine fu appiccato il fuoco e quella terribile notte praticamente tutte le case arsero assieme ai feriti e agli ammalati che non potettero fuggire. I maggiorenti si rifugiarono presso il Vescovo Ludovici, che non era riuscito a distogliere i preti dal prendere le armi per aiutare i popolani. L’indomani Massena e i suoi soldati, come avvoltoi, vagavano per le macerie in cerca ancora di sangue e di prede e raggiunsero, sulla sommità della collina, il Vescovado. Il presule, assieme al futuro Beato Domenico Lentini, implorò la pietà del comandante che fece interrompere il massacro. Dei quasi sei mila abitanti, meno di 1/3 fu dichiarato passato per le armi, ma, per la dinamica dei fatti, si può ben dire che molto più della metà dei laurioti furono martirizzati. Il sole di quel 9 agosto vide distrutto il 90% delle case, le chiese principali (depredate degli arredi sacri venduti poi ai mercanti che seguivano i soldati), il grande archivio comunale; il monastero dei minori osservanti e la sua antichissima biblioteca; non fu risparmiato neanche l’ospedale di Santa Maria.
“E mi misi direto a nu parapetto spara scuppetta, spara scuppetta; e mi misi direto a nu muro spara scuppetta, ca nun aggiu paura”. Sono alcuni dei versi di un’antica filastrocca popolana che rievocava le gesta dei laurioti ed il loro eroico tentativo di fermare l’esercito francese.
La vendetta dei francesi fu implacabile: a Lagonegro furono spostati tutti i servizi, “il Giudicato, lo Spitale, il Vescovato”, gli Uffici Doganali, il Distretto, la Circoscrizione, i nuovi ispettorati, le tenenze ebbero come sede altri centri della Valle del Noce. Il paese fu sventrato per evitare possibili rivolte e una larga strada separò per sempre la parte più bassa da quella più alta. In un largo, presso il palazzo vescovile, furono ammassati gli eroici laurioti in una fossa comune che ancora oggi prende il nome di “onda dei morti” per le cataste di corpi che si formarono.
Alla restaurazione, i Borbone non poterono risarcire Lauria se non con l’attestato di “fedelissima” e la capitale dei distretto rimase a Lagonegro.

Notiziario Telematico Legittimista n°250

Direttore Responsabile: Alessandro Romano

Pubblicato da: www.reteduesicilie.it

— con Antonio Vito P. Boccia.

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