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Set 132013
 

L’anno scorso il giudice Ferdinando Imposimato con il Procuratore della Repubblica di Lagonegro Vittorio Russo arrivarono al Banxhurna di San Paolo Albanese per parlare del caso Moro e delle indagini del giudice Imposimato titolare dei primi tre “processi Moro”. Il materiale raccolto durante l’incontro assieme a ricerche ulteriori e all’intervento del giudice Antonio Esposito, Presidente di Cassazione che di recente ha emesso la sentenza contro Silvio Berlusconi, è diventato uno spettacolo teatrale portato in scena da Ulderico Pesce che domani 14 settembre debutterà a San Paolo Albanese. L’evento già andato in scena in anteprima nazionale a Cassino e trasmesso in diretta streaming sul sito de l’Unità, dopo San Paolo Albanese sarà visto a Roma dal 3 dicembre e a seguito in giro per l’Italia. “E’ molto bella che l’idea di questo spettacolo –ha detto Ulderico Pesce- sia nato in uno dei Comuni più piccoli d’Italia, San Paolo Albanese, dove risiede il Centro per la creatività Banxhurna dove siamo riusciti a portare tra i maggiori rappresentanti della Magistratura italiana. Da San Paolo e dalla nostra terra parte un lungo viaggio grazie al quale porteremo in giro per l’Italia un pezzo importante e non ancora chiarito della storia della nostra Repubblica che deve servire da monito per la classe politica che ci governerà.”.

APPROFONDIMENTO SULLO SPETTACOLO
Il titolo dello spettacolo è “moro” con la “m” minuscola a voler sottolineare che nel cognome del grande statista c’è la radice del verbo “morire”. Come se la “morte” di “Moro” fosse necessaria per bloccare energie politiche alternative a quelle in auge e per lasciare spazio alle carriere di alcuni suoi colleghi. Moro sente che “altri” vogliono la sua morte e lo scrive in una delle ultime lettere che fanno da laight motive dello spettacolo: “Il mio sangue ricadrà su di voi, sul partito, sul Paese. Chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato, né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno voluto veramente bene e sono degni di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore”.
Il racconto scenico parte dai fatti del 16 marzo 1978 quando fu rapito Aldo Moro e furono uccisi gli uomini della scorta: Raffaele Iozzino, Francesco Zizzi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Oreste Leonardi.
Raffaele Iozzino, unico membro della scorta che prima di morire riuscì a sparare due colpi di pistola contro i terroristi, era di Casola di Napoli e proveniva da una famiglia di contadini. Raffaele, alla Cresima, aveva avuto in regalo dal fratello Ciro un orologio con il cinturino in metallo. Ciro, quella mattina del 16 marzo era a casa e casualmente in televisione vide l’immagine di un lenzuolo bianco che copriva un corpo morto. Spuntava da sotto al lenzuolo soltanto il braccio con l’orologio della Cresima. Questa è l’immagine emblematica che ricorre più volte nelle video proiezioni, questa immagine è la radice prima del dolore di Ciro, protagonista dello spettacolo. Questo dolore diventa rabbia, e questa rabbia lo spinge a rintracciare il giudice Imposimato titolare del processo al quale chiede di sapere la verità. Sarà il rapporto tra Ciro e il giudice, strutturato su questo forte desiderio di verità, a rendere chiaro al pubblico che ad uccidere Moro e i giovani membri della scorta furono i più alti esponenti dello Stato italiano con la collaborazione dei Servizi segreti americani.
Nello spettacolo assume una funzione altrettanto importante l’incontro e l’amicizia tra Ciro Iozzino e Adriana, la sorella del poliziotto Francesco Zizzi, altro membro della scorta di Moro, proveniente da Fasano in provincia di Brindisi, che quella mattina del 16 marzo era al suo primo giorno di lavoro sostituendo la guardia titolare che la sera prima, “stranamente”, era stata mandata in ferie. Francesco, diventato da poco poliziotto, aveva una grande passione per la chitarra e cantava le canzoni di Domenico Modugno, pugliese come lui e come lo stesso Aldo Moro che, in macchina, quella mattina, affrontava gli ultimi giorni della sua vita, ascoltando Zizzi che cantava “La Lontananza” di Modugno.

L’ingenuità e la leggerezza dei membri della scorta irrobustiscono la disperata determinazione di Ciro Iozzino nella ricerca della verità. Questa ricerca lo porterà di fronte a molte “stranezze” portate avanti da statisti come Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Tra le “stranezze” scoperte e denunciate da Ciro Iozzino nello spettacolo ne ricordiamo alcune: in genere un’ora dopo il rapimento di una persona le indagini venivano assegnate, come stabilito dal Codice di procedura penale, al giudice istruttore che a Roma, il giorno in cui avvenne la strage, era Ferdinando Imposimato. Invece le indagini, trasgredendo il Codice, rimangono nelle mani della Procura della Repubblica di Roma che le affida al giudice Imposimato solo il 18 maggio 1978 quando Aldo Moro è già stato ucciso da nove giorni.
Le “stranezze” denunciate nello spettacolo continuano. Il 31 gennaio del 1978, circa due mesi prima del rapimento Moro, nasce l’UCIGOS, un organismo di polizia speciale che va a lavorare alle dipendenze del Ministro dell’Interno che all’epoca era Francesco Cossiga. La famiglia di Iozzino non si spiega come mai nasca una squadra speciale di polizia investigativa senza l’autonomia che la Costituzione gli affida perché alle strette dipendenze di un ministero.
Qualche mese prima della strage di via Fani accade una cosa ancora più inspiegabile, viene smantellato l’Ispettorato antiterrorismo diretto da Santillo che aveva raggiunto risultati eccellenti contro i terroristi e contro la Loggia Massonica P2. Fatto fuori Santillo e la sua “squadra”, a indagare sul terrorismo, prima del rapimento di Moro, rimaneva solo l’UCIGOS, che era alle strette dipendenze del ministro Cossiga.
Altra cosa bizzarra scoperta da Ciro Iozzino nello spettacolo: uomini dell’ UCIGOS, ad agosto del 1978, erano già stati in via Montalcini nella prigione di Moro. Secondo alcuni documenti in possesso del giudice Imposimato è probabile che gli stessi uomini dell’UCIGOS sapessero della prigione di via Montalcini mentre Moro era ancora vivo. Perché gli stessi uomini dell’UCIGOS, che interrogano alcuni inquilini dello stabile dove è prigioniero Moro, non lo comunicano al giudice Imposimato anticipando la scoperta della prigione di due anni?
Ma la denuncia più consistente che Ciro Iozzino fa nello spettacolo riguarda le rivelazioni di Pieczenik, un esperto di terrorismo mandato segretamente in Italia dal governo USA per la gestione del caso Moro. Pieczenik fa delle rivelazioni di cui è in possesso il giudice Imposimato che diventano un momento importante dello spettacolo: “Quando Moro ha fatto capire attraverso le sue lettere che era sul punto di rivelare dei segreti di Stato e di fare i nomi di coloro che quei segreti detenevano, in quel momento mi sono girato verso Cossiga dicendogli che ci trovavamo a un bivio: se Moro potesse continuare a vivere o dovesse morire con le sue rivelazioni. La decisione di far uccidere Moro non è stata una decisione presa alla leggera. La decisione finale è stata di Cossiga, e presumo anche di Andreotti: Moro doveva morire.”

moro

  Un Commento per “Moro: i 55 giorni che hanno cambiato l’Italia domani a San Paolo Albanese”

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