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Nov 212012
 

“Io scrivo poesie non per essere chiamato poeta, ma per la conservazione della nostra lingua e non solo il dialetto, ma anche le usanze i costumi, le tradizioni…”

Nunnè ca si cos’ re fane a la scòl’,
a pe nu pèrd’ quacche paròl’,
chi lègg’ fra cient’ànn’,
s’arrecorda re gli tàtt-hrànn.

Non è che queste cose le fanno a scuola
e per non perdere qualche parola
chi legge fra cent’anni
si ricorda dei nonni.

Così si è presentato nel suo “Autoritratto poetico” Donato Imbrenda, l’artista poliedrico aviglianese che venerdì, 16 novembre, è stato ospite a Cancellara presso la sede dell’Unitre. Nel corso della serata ha recitato, rigorosamente in dialetto aviglianese, alcune delle sue numerose poesie che rappresentano dei quadretti di vita vissuta e scandiscono la quotidianità della vita di paese. Predomina, nei suoi versi, il ricordo nostalgico dell’infanzia, legato alla famiglia, alle feste, al focolare che ben si fonde con la tradizione locale, dove i dialoghi “tra cummàr’”, e perché no?, anche  “tra cumpàr’”, fanno da cornice. Inoltre, come ha affermato Imbrenda, nelle sue opere tratta di “tutto ciò che succede nel globo”, tra cui  la fame nel mondo, la nube di Cernobyl, fino ad arrivare alla vita politica dei nostri giorni, sarcasticamente rappresentata nella poesia “Porcellum”. Servendosi di toni diretti e graffianti, non risparmia nessuno. Sarà per questo che quando ha recitato la poesia “La fama ndà lu Mùnn’” al San Carlo di Napoli, ha temuto di essere buttato giù dal palco. Quando, invece, come lui racconta, ha recitato la poesia “Lu Pap’ a Putenz’”  (da lui simpaticamente chiamato Giuànn), Giovanni Paolo II si è avvicinato e gli ha sussurrato: “beati coloro che scrivono quello che pensano”. Forti emozioni ha trasmesso con la poesia “L’emigrante” con la quale ha vinto, a livello nazionale, una medaglia d’oro e mentre la recitativa a Parigi, alla presenza di una folta comunità di lucani, ha strappato le lacrime agli spettatori. Davvero struggente la poesia “La chiazza” in cui la piazza  di Avigliano rivolge un accorato appello ai suoi abitanti di non abbandonarla. Minuzioso nella descrizione di situazioni e personaggi, talvolta grotteschi, avvincente e accattivante nell’interpretazione, Donato Imbrenda, tra risate e amare verità, ha incantato gli studenti dell’Unitre, lasciandoli incollati alle sedie con la voglia di riascoltarlo, nonostante il “suono della campanella”.

Franca  Caputo

 

Donatato Imbrenda con alcuni allievi dell’Unitre

Donato Imbrenda

Imbrenda, il presidente Rosa Lioi e il prof.Rocco Saracino

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