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feb 042012
 
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È curioso, nel loro messaggio, il legame che i vescovi hanno voluto
trovare fra la giornata della vita e il mondo dei giovani. Nulla come la
vita ha il carattere dell’evidenza, eppure abbiamo bisogno di parlarne.
Perché, per quel che ne sappiamo, di vita ne abbiamo a disposizione
soltanto una: andarcene da questo mondo con un senso di gratitudine per
averla vissuta e interpretata al meglio è il sogno di tutti.
Così i vescovi hanno insistito sul fatto che la vita ha molto a che fare
con la giovinezza e le loro parole sembrano essere l’eco di
un’espressione famosa di Giovanni XXIII: «La vita è il compimento di un
sogno di giovinezza».
Faccenda strana, la vita. A prima vista sembra che per comprenderla non
ci sia altra strada che farne esperienza. Ma i “cuccioli” vi si buttano
con la sensazione che la cosa più importante sia “assaggiare”. Così è
facile cadere nella tentazione di assaggiare tutto, il più rapidamente
possibile, senza capire – spesso – che l’esperienza non è un’abbuffata
di emozioni. Comprendere ha a che fare con attesa, pazienza e
soprattutto capacità di fare verifica per imparare a distinguere ciò che
è buono da ciò che non lo è. Qualche volta significa anche avere il
coraggio di lasciarsi condurre da chi conosce già la strada.
Oggi le possibilità si sono aperte a dismisura: le esperienze possibili
ai giovani sono molte e le voci che si propongono nell’offrire percorsi
e proposte sono ancora di più. Un vantaggio? Sì, per un verso. Ma il
rischio della confusione è dietro l’angolo.
I cristiani ne sanno molto. Già nel secondo secolo (nella lettera a
Diogneto) la loro vita veniva definita «una forma di vita meravigliosa e
per ammissione di tutti incredibile». La loro sapienza è custodita nella
memoria di una vita che viene da lontano, quella di Gesù di Nazareth.
Una vita che non si può insegnare solo con il catechismo, soprattutto
oggi. Quando i giovani – più che all’esposizione di un sapere – sembrano
dare maggior credito a esempi di vita vissuta che loro possano sperimentare.
Per questo la richiesta dei Vescovi (“Educare i giovani alla vita
significa offrire esempi, testimonianze e cultura”) è particolarmente
urgente.
Il loro messaggio coglie con chiarezza la capacità dei giovani di
lasciarsi scaldare il cuore: se messi alla prova, se riescono a trovare
spazi di responsabilità, sanno essere sorprendenti.
A patto di avere a che fare con adulti coerenti e capaci di fiducia: il
sigillo della creazione (quello che nel documento del decennio è
definito “la vita buona del vangelo”) è impresso nel cuore di ogni uomo.
Perché non dovrebbe esserlo anche in quello dei più giovani?

don Giovanni Lo Pinto
Comunicazioni Sociali di Tursi-Lagonegro